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Il segno della speranza PDF Stampa E-mail
Scritto da Vito Cutro - giornalista   
Martedì 05 Maggio 2009 11:58

Benedetto XVI ad Onna.  Fonte: Il Sole 24 OreRecatosi ad Onna – uno dei paesi abruzzesi recentemente colpiti dal tremendo terremoto che ha devastato quella regione – il 28 aprile scorso, il Santo Padre ha, tra l’altro, affermato: “Si potrebbe dire, cari amici, che vi trovate, in un certo modo, nello stato d'animo dei due discepoli di Emmaus, di cui parla l'evangelista Luca. Dopo l'evento tragico della croce, rientravano a casa delusi e amareggiati, per la "fine" di Gesù. Sembrava che non ci fosse più speranza, che Dio si fosse nascosto e non fosse più presente nel mondo. Ma, lungo la strada, Egli si accostò e si mise a conversare con loro. Anche se non lo riconobbero con gli occhi, qualcosa si risvegliò nei loro cuori: le parole di quello "Sconosciuto" riaccesero in loro quell' ardore e quella fiducia che l'esperienza del Calvario aveva spento”.

 

 

Anche se non lo riconosciamo con gli occhi, il Papa è Cristo tra noi e la sua presenza, fisica o morale, deve riaccendere in tutti quella Speranza che spesso le vicende umane sembrano voler umiliare, distruggere, rendere vana. Questa stessa presenza deve essere incarnata da ogni cristiano, se vuol essere testimone della resurrezione di Cristo, con il suo entusiasmo, la sua gioia, il suo impegno concreto in favore del bene.

Dinanzi ai segni della precarietà, della sofferenza, della tristezza, della violenza, dell’odio: là dove la dignità dell’uomo è ferita e calpestata deve risuonare la voce del Cristo attraverso il suo discepolo che, nel dire “non aver paura, ci sono anche io”, deve dimostrare come la Carità fa risorgere la speranza.

In tale contesto, mi torna alla mente un episodio significativo. Durante la visita che Benedetto XVI fece, il 28 maggio 2006, al campo di Auschwitz – visita certamente grandemente sofferta perché quel campo è esplicitante della massima denigrazione dell’uomo – quando ebbe terminato il suo intervento sotto una pioggia scrosciante, dall’orizzonte alto e nitido si alzò un potente arcobaleno. Sulla distruzione la luce; dopo la pioggia il sereno; dove l’uomo viene umiliato, l’espressione di Dio si mostra nella sua chiarezza, con un segno di speranza. E’ giusto, in tali circostanze, lanciare un urlo, straziato e straziante a Dio, affinché ci sia vicino e di nuovo si muova a compassione della sua creatura. Ma, per citare, infine, lo stesso Pontefice, in occasione della visita al campo di concentramento: “(…) Il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo(…)”.

Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Novembre 2009 10:21
 
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